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28 Novembre 2009 |
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Scritto da Camelot
...Hey that's me and I want you only. Don't turn me home again I just can't face myself alone again
È che certe volte è come se mi sentissi dritto in piedi al centro della curva della terra, solo contro l’azzurro dell’infinito cielo. La mia anima diviene un gelido mantello di intenzioni che appaiono più chiare a chi mi osserva che a me. Come se il colore, che nasce luce, divenisse un opaco rumore scorrendo lungo le mie vene, rendendole imperscrutabili, a me solo. L’acceso alle mie sfaccettature mi è negato, mi si celano le mie stesse intenzioni, sono orbo di me stesso. Così, come nudo, mi sento alla mercè di un vento che si infila veloce tra le vie che mi tagliano l’anima, percorrendo un gomitolo di lunghi fili di Arianna che entrano, peggio di viscere profonde, nella mia più nascosta identità, facendo un rumore assordante mentre spazza via certezze e illusioni e lascia nudo, spoglio di ogni orpello che possa modificarne l’esteriorità, ogni elemento di cui mi compongo. E in tutto questo mi accorgo che io non mi conosco e che questo vento che mi devasta mi lascia solo un tremendo freddo addosso, incapace di difendermene, mi schermisco da ogni affetto, lasciando che la mia stessa esistenza si impermeabilizzi a tutto.Rimango a guardare il mio io lasciato esposto a ogni intemperie come se si stesse deteriorando, mentre lo osservo da fuori, e per me sono sempre un bambino che confida in un domani migliore, che però nel momento in cui si sta per concretizzare improvvisamente, come in un dramma di Kafka, diventa ieri e attori e spettatori si scambiano i ruoli, senza dirselo, così quello che oggi era mio, domani mi è sconosciuto, mentre ciò da cui fuggivo mi è irraggiungibile, e ciò che inseguivo mi insegue senza che io mi faccia raggiungere. Perdo il sonno per frasi lontane che mi rimbombano in testa, tornando come cavalli che escono da boschi di vegetazione altissima, dove il sole non entra e non mi è possibile scrutare quale sarà il prossimo ricordo che verrà a devastarmi l’anima, mentre faticosamente la metto insieme, per fronteggiare due eserciti che quotidianamente si muovono battaglia nella mia testa, lasciando fumanti rovine alle loro spalle, che poi è il mio davanti, in cui avanzo faticosamente, mettendo a posto macerie, costruendo ponti verso il nulla, su cui correranno altri pensieri. Piccole tempeste di neve mi portano il freddo dei monti, mentre scendo lungo un fiume di persone che nel tempo si sono avvicendate al mio fianco in una folle corsa verso la distruzione di rapporti che furono esaltanti, in cui troppo spesso il mio nome è affiancato a frasi del tipo “sei il mio migliore….”, “sei per me il numero 1…..” e poi inevitabilmente, o fatalmente, o semplicemente non ci si saluta più, ci si sottrae, ci si nega, ci si spoglia di ogni virtù, dimentichi di tutto quel bene che ci si è voluto e fiondandosi, per attimi di lunga attesa, in un cono senza tempo in cui mi sembra impossibile si possa passare, eppur si passa. Troppo ricorrente per essere frutto solo di coincidenze, troppo facile pensare che misurando la caducità propria di ogni gesto si possa ricavarne il peso e quindi sminuendo un complimento si possa anche derivarne l’effetto che produce nel mio microcosmo sentimentale, troppo semplice illudersi che una parola è solo una parola. Diceva Jedediah Berry “è lunga la strada che corre tra quello che una persona dice e quello che nasconde nel dirlo, chi non la conosce si perderà sempre durante il tragitto”. Io non mi perdo più, ma sono stanco di percorrerla da solo, perché è sempre solo che risalgo il fiume dei miei viaggi, che all’andata hanno compagni di viaggio entusiasti e al ritorno sono fatti di treni vuoti, fermi per ore lunghe in stazioni deserte. Dai finestrini vedo fumo uscire da case in cui vivono persone “normali”, mentre il mio posto rimane la strada, che come una puttana aspetta tutti, perché non è di nessuno. Non ha padroni, non fa promesse, non ti appartiene e non ti vuole, ma non ti caccia. Sembra l’unico posto che mi aspetta, da dovunque torno e dovunque vado. E tutto questo accade perché io, inconsapevolmente, ma non innocentemente, superficialmente, ma non distrattamente lo lascio accadere, incurante del mio mondo, sempre più fiducioso della persona più inaffidabile di cui dispongo: di me. Troppo elementare sperarsi migliori quando alle spalle c’è solo una selva di croci di gente che fu. Che entrò, visse nelle mie stanze e uscì, dimenticando anche di chiudere la porta, lasciandomi a rassettare il mio mondo, in cui sapevo già di non saper vivere. E’in questo lento scorrere senza uno scopo che potrei giurare di amarti, sapendo che domani non ti interesserà più e che molto probabilmente me ne sarò scordato. "Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d'anime di questo mondo. Fuggili." [C. McCarthy - Suttree] |
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vatrò
Oggetto: vatrò
10/12/2009 ore 22:00






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